domenica 8 novembre 2026

“CARPANO” CELEBRA I SUOI PRIMI 240 ANNI: UNA MITICA E INTRAMONTABILE ECCELLENZA ITALIANA.

  


Un “Vino Aromatizzato” buonissimo, conosciuto in tutto il Mondo, vero e proprio simbolo dell'aperitivo Italiano che unisce medicina, botanica e aristocrazia, porta un nome fascinoso: “Vermouth” (o Vermut).

La storia moderna del “Vermouth” nasce ufficialmente a Torino nel 1786, ma le sue radici affondano nell'antichità, quando il vino veniva speziato per scopi curativi.

Prima di essere una piacevole bevanda il vino aromatizzato era una medicina: alcool e vino erano i migliori solventi disponibili per estrarre e conservare le proprietà delle erbe. Già nel 1500 a.C. gli Egizi infondevano erbe nel vino e nel V Secolo a.C., Ippocrate (il padre della medicina) creò il “Vinum Hippocraticum” un vino bianco in cui venivano macerati fiori di “dittamo” (pianta erbacea perenne) e “assenzio maggiore” (pianta dotata di fiori e frutti) per curare i disturbi gastrici e l'inappetenza.

Successivamente i Romani perfezionarono la tecnica producendo il “Vinum Absinthiatum” una bevanda a base di vino, assenzio, miele e spezie, consumata sia come rimedio medico che durante i banchetti. Nel Medioevo, i segreti della distillazione e dell'erboristeria vennero custoditi dai monaci alchimisti che ricercarono nuove soluzioni come unire il vino a spezie esotiche provenienti dall'Oriente (cannella, chiodi di garofano, rabarbaro), creando elisir tonici e digestivi.

La parola "Vermouth" deriva dal Tedesco “Wermut” che significa letteralmente “Assenzio” (Artemisia Absinthium), la pianta officinale che costituisce l'ingrediente botanico fondamentale e obbligatorio della bevanda stessa. In Germania e nell'Europa centrale, la produzione di vini fortificati all'assenzio divenne molto comune a partire dal XVI Secolo.

Il passaggio decisivo della bevanda in questione da medicinale amaro a liquore da salotto avvenne nel 1786 in Italia a Torino, all'epoca Capitale del Regno di Sardegna, grazie all’invenzione dell'erborista e distillatore Antonio Benedetto Carpano (1751 - 1821) che la realizzò nella bottega dove lavorava, il Liquorificio Marendazzo ubicato sotto i Portici della centralissima Piazza Castello. Carpano creò una ricetta, che ebbe immediato successo, utilizzando come base un vino bianco di qualità (il moscato), lo fortificò con alcool e lo aromatizzò con un infuso segreto di oltre 30 erbe e spezie, dolcificandolo infine con zucchero. Carpano era considerato un uomo di buona cultura appassionato delle poesie di Johann Wolfgang von Goethe e probabilmente per questo motivo scelse il nome "Vermouth" per il suo drink innovativo riadattando il già citato termine Tedesco “Wermut”.

Carpano ebbe anche l’intelligenza di inviare una cassetta del suo nuovo vino al “Re Vittorio Amedeo III” che lo apprezzò moltissimo a tal punto da sostituire il tradizionale “Rosolio” con il “Vermouth” come bevanda ufficiale di corte: da quel momento, a Torino nacque il rito dell'ora del Vermouth, praticamente l'antenato del moderno aperitivo.

Nel XIX Secolo Torino e il Piemonte diventarono il centro nevralgico di un'industria globale, e la vicinanza ai porti della Liguria facilitava l'importazione di spezie esotiche e l'esportazione del prodotto finito. Con l'aumento della produzione nel “Vermouth” il moscato (troppo instabile e costoso) venne sostituito da vini bianchi più neutri, come il trebbiano, capaci di assorbire meglio gli aromi delle botaniche.

In questo periodo nacquero altre grandi case produttrici che insieme a “Carpano” avrebbero reso il “Vermouth” famoso nel mondo. Nel 1816 i Fratelli Cinzano aprirono la loro bottega “Cinzano” a Torino espandendo rapidamente la produzione e nel 1863 Alessandro Martini e Luigi Rossi fondarono, nella Frazione del Comune di Chieri (TO) denominata Pessione, la “Martini & Rossi”.

All'inizio dell'Ottocento, la Francia rispose al “Vermouth dolce Italiano” (tradizionalmente rosso/ambrato grazie all'uso di zucchero caramellato) con il “Vermouth Dry” (secco). Infatti nel 1813 Joseph Noilly creò a Marseillan, un piccolo Comune Francese situato nel Dipartimento dell'Hérault nella Regione dell'Occitania, un “Vermouth bianco secco” leggermente acidulo e barricato, perfetto per i gusti d'Oltralpe.

Con l'inizio del XX Secolo il “Vermouth” divenne un ingrediente insostituibile per una nuova tendenza che stava conquistando i bar di tutto il mondo: i “Cocktail”.

Si definisce “Cocktail” una bevanda ottenuta dalla combinazione di due o più ingredienti, di cui almeno uno è alcolico, miscelati insieme per creare un equilibrio di sapori.

I “Cocktail” più famosi, i grandi classici, le pietre miliari della miscelazione mondiale senza il “Vermouth” non esisterebbero, per esempio: il “Martini Cocktail” (Vermouth Dry e Gin), il “Manhattan” (Vermouth Rosso e Rye Whiskey), il “Negroni” (Vermouth Rosso, Campari e Gin), l’“Americano” (Vermouth Rosso, Campari e Soda).

Negli anni '80 e '90, il “Vermouth” subì un forte declino essendo progressivamente percepito come una bevanda "vecchia" e superata relegata nel retro dei bar, spesso conservata male (il vermouth, essendo a base di vino, si ossida rapidamente se lasciato aperto a temperatura ambiente). Oggi però il “Vermouth” sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza guidata dalla rinascita della “mixology artigianale” e dalla riscoperta dei prodotti storici.

Bartender e consumatori hanno riscoperto l'importanza della qualità dell'ingrediente, sono rinate antiche ricette storiche (come il “Punt e Mes” o l'“Antica Formula” di Carpano) e sono sorti centinaia di piccoli produttori artigianali in tutto il Mondo (Spagna, Stati Uniti, Regno Unito), che sperimentano nuove ricette con vini locali e botaniche autoctone.

Con il Decreto del 22 Marzo 2017 il “Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali” (MASAF) ha regolamentato ufficialmente il “Disciplinare di Produzione” e l’“Indicazione Geografica Protetta Vermut di Torino/Vermouth di Torino”. Un disciplinare rigido che impone l'uso di vino Italiano, l'utilizzo principale di artemisie coltivate in Piemonte e una gradazione alcolica minima compresa tra i 16 e i 22 gradi, certificando e proteggendo l'eredità storica di questa straordinaria bevanda. Il 3 Aprile 2019 è nato il Consorzio del Vermouth di Torino, l’organo che valorizza, promuove e tutela la denominazione e i marchi a esso collegati e il 30 Settembre 2025 lo stesso è stato riconosciuto dal Ministero competente.

Antonio Benedetto Carpano realizzò il suo “Vermouth” nel 1786 ma fu suo Nipote, Giuseppe Bernardino Carpano, che nel 1820 decise di dare assetto giuridico all’attività fondando la “Fabbrica di Liquori e Vermouth Giuseppe Carpano, già Ditta Marendazzo e Compagnia”, sempre sotto i Portici di Piazza Castello al Civico 21. Dal 1840 al 1888 la fama di “Carpano” si diffuse velocemente diventando un punto d’attrazione non solo di Torino. Tra i più famosi avventori della Bottega negli anni si possono ricordare importanti Statisti, Poeti, Musicisti e Scrittori come il Conte Cavour, Massimo d’Azeglio, Urbano Rattazzi, Giuseppe Verdi, Arrigo Boito e Giuseppe Giacosa.

Passarono gli anni e continuarono i successi del “Vermouth Carpano” tantoché nel 1898, in occasione della partecipazione all'Esposizione Generale Italiana, i Fratelli Luigi e Ottavio, terza generazione Carpano, decisero di realizzare uno stabilimento (diventato poi storico) di stampo industriale, sempre a Torino in Via Nizza al Civico 224, uscendo dagli stretti ranghi della bottega artigianale. L'impianto fu progressivamente ampliato nei primi anni del Novecento fino a raggiungere una superficie di 5.000 metri quadrati.

Oggi i Locali dell'ex stabilimento sono stati completamente riqualificati e ospitano il primo punto vendita di “Eataly” denominato “Eataly Lingotto” e al primo piano il Museo Carpano, un suggestivo percorso espositivo permanente che raccoglie la storia e i cimeli del celebre vermouth.

La “Prima Guerra Mondiale” (1914 - 1918) segnò profondi cambiamenti nella storia e nell’economia dell’epoca. Nel 1916 la storica bottega “Carpano” di Piazza Castello chiuse definitivamente, segnando la fine di un’era. Nel 1917 fu la vedova di Ottavio, Matilde Govone, ad assumere le redini della società. Nel 1939, all’alba della “Seconda Guerra Mondiale” estinta la Famiglia Carpano subentrò nella proprietà Silvio Turati, membro di un’importante famiglia industriale Torinese. Il nuovo proprietario decise di non cambiare lo stile tradizionale e artigianale dell’antico stabilimento, nonostante i progressi tecnologici e le innovazioni, e il metodo di produzione di base rimase lo stesso.

Terminate le ostilità belliche, Silvio Turati si adoperò per incrementare negli anni il settore commerciale, ponendo anche grande attenzione alla creazione di campagne pubblicitarie di classe e d’avanguardia, che aiutarono “Carpano” a ottenere e consolidare un’invidiabile posizione di prestigio internazionale. Sono rimaste nella storia campagne firmate da grandi artisti come il Pubblicitario, Illustratore e Pittore Francese Achille Luciano Mauzan, il Pubblicitario, Pittore e Illustratore Italiano Marcello Dudovich e il Pubblicitario, Disegnatore, Animatore e Pittore Italiano Armando Testa. Indimenticabili le celebri sponsorizzazioni come quelle alla squadra ciclistica di Fausto Coppi e ai film del mitico Totò.

Nel 2001 la “Carpano” venne acquisita dalla Fratelli Branca Distillerie e le attività produttive trasferite nella Sede Milanese della “Branca” in Via Resegone al Civico 2. L’Azienda “Branca” è stata fondata a Milano nel 1845 dal farmacista e speziale autodidatta Bernardino Branca che mise a punto la celebre ricetta di un amaro tonico a base di 27 erbe provenienti da tutto il Mondo.

“Carpano” oggi sta ampliando il mercato di riferimento del Vermouth originale e ne è un esempio l'ultimo nato in “Casa Carpano” il “Vermouth  Dry” esclusivo e dal gusto inconfondibile, un vero completamento di gamma.

Il prodotto “Carpano” è apprezzato tanto in Italia quanto all’estero dove negli ultimi anni sta registrando un trend in continua crescita: 6 milioni di bottiglie ed esportazioni in oltre 80 Paesi nel Mondo.

Diverse sono state le belle e seguite manifestazioni dedicate ai festeggiamenti per i 240 Anni di “Carpano” tutte legate con la Città di Torino elemento centrale dell’anniversario, che anno coinvolto sia il “Salone del Vermouth di Torino” sia Locali storici e d'eccezione della Città stessa.

L'Evento clou, promosso da “Fratelli Branca” si è tenuto il 28 Ottobre 2026 a “Palazzo Carignano” (“Palazzo dei Principi di Carignano” un suggestivo edificio storico nel Centro di Torino, pregevole esempio di architettura barocca Piemontese) con la finale della Prima Edizione Internazionale del “Carpano House of Aperitivo”. Non una semplice “cocktail competition” ma un grande osservatorio internazionale sull'ospitalità e sul rito dell'aperitivo che ha riunito circa 30 professionisti provenienti da 16 Paesi del Mondo, chiamati a presentare le loro interpretazioni uniche tra cocktail, servizio e accoglienza.

Nel riflesso di ogni calice dei prodotti “Carpano” si specchia uno straordinario viaggio lungo 240 anni, ogni sorso racchiude una storia autenticamente Torinese che ha conquistato il Mondo, non un traguardo ma una solida base da cui questa eccellenza continuerà a evolversi, ricordandoci che il vero “stile italiano”, proprio come il “Vermouth”, non passa mai di moda.

https://carpano.com/it/

https://www.youtube.com/watch?v=zCeBIhkHehQ


"Carpano 240 Anni": Eccellenza Italiana (Foto Carpano) 

"Carpano Dry" (Foto Carpano)

"Carpano Dry" Esclusivo e Inconfondibile (Foto Carpano) 

Il "Vermouth" è nei Cocktail più Famosi al Mondo (Foto Carpano) 

"Carpano 240 Anni": La Storia del Vermouth (Foto Carpano)

 

sabato 31 ottobre 2026

CON IL MITICO MARCHIO DEL “PROSCIUTTO DI SAN DANIELE” NASCE “SEICENTO” LA NUOVA SPECIALISSIMA CATEGORIA DI PROSCIUTTI DEDICATA ALLE LUNGHE MATURAZIONI.

 


La bellissima e accogliente Regione Friuli-Venezia Giulia è ubicata all’estremità nord-orientale del Territorio Italiano dove occupa una superfice di 7.845 chilometri quadrati. La Regione nasce dall’unione di due Territori storico-geografici particolari, divisi dalla foce del Fiume Timavo (o Recca) che scorre tra Croazia, Slovenia e Italia: il Friuli, la parte più vasta, e la Zona della Venezia Giulia rimasta all’Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Queste Terre sono uno scrigno dove si racchiudono bellezze naturali che vanno dalle Spiagge alle Montagne, dalle Rocce Carsiche a quelle Dolomitiche, Colline e Lagune, Resti dell’Antica Civiltà Romana, Borghi, Castelli e Città d’Arte, Fiumi, Laghi e Isole. Accanto a tutte queste infinite bellezze il Territorio in questione ha anche un’offerta Enogastronomica di altissimo livello che si abbina alla perfezione con la grande e affabile accoglienza delle sue Genti.

Al Centro del Friuli, arroccato a 252 m. s.l.m. su di una dolce Collina che domina la pianura circostante, c’è l’antica Cittadina di “San Daniele del Friuli” (circa 8.000 abitanti), rientrante nell’E.D.R. (Enti di Decentramento Regionale, istituiti nel Novembre 2019) di Udine. I 35 chilometri quadrati del Territorio Comunale si trovano al centro dell’anfiteatro morenico, cioè il complesso di sedimenti (morene) costituito dai detriti rocciosi trasportati a valle dal lento ma incessante moto di scivolamento per gravità di un Ghiacciaio. Tali depositi formano degli archi concentrici lungo la parte frontale dello smottamento e vengono alla luce quando il ghiaccio si ritira per ragioni climatiche.

“San Daniele del Friuli” è famosa nel Mondo per un mitico prodotto, che qui veniva già realizzato in modo simile in Epoca preromana quando grazie all’uso del sale si conservavano le carni di maiale, il “Prosciutto di San Daniele”.

Il “Prosciutto di San Daniele” che noi conosciamo nasce nel 1961 grazie a un gruppo ristretto di Produttori, validi Imprenditori e Personalità di rilievo della Comunità di San Daniele del Friuli, che costituirono il “Consorzio del Prosciutto di San Daniele”.

Il “Prosciutto di San Daniele” è un prosciutto crudo stagionato riconosciuto come prodotto a “Denominazione di Origine” (D.O.) dal 1970 dallo Stato Italiano con la Legge n. 507 e come prodotto a “Denominazione di Origine Protetta” (D.O.P.) dall’Unione Europea dal 1996. 

Il “Prosciutto di San Daniele” viene prodotto solo ed esclusivamente a San Daniele del Friuli, e nella sua produzione non viene utilizzato nessun tipo di additivo o conservante.

Oggi il Consorzio associa tutti i 28 Produttori del “Prosciutto di San Daniele” e detiene il “Disciplinare di Produzione”, vigilando sulla sua corretta applicazione, oltre a tutelare il Marchio affinché non vi siano abusi o usi illegittimi del nome, del marchio stesso e della D.O.P. in tutte le sue prerogative. Inoltre, promuove e valorizza la conoscenza e la diffusione del “Prosciutto di San Daniele” ed è impegnato nell’attuare iniziative per il perfezionamento e il miglioramento qualitativo, attraverso servizi di assistenza e consulenza per i Soci Produttori.

Il “Prosciutto di San Daniele” viene artigianalmente realizzato con solo due ingredienti: cosce di suino Italiano super selezionate e sale marino secco di alta qualità. Fondamentale è la Stagionatura (minimo 16 mesi) che avviene grazie al particolare microclima di San Daniele del Friuli dove si creano condizioni uniche e irripetibili. Qui i venti freddi provenienti dalle Alpi Carniche si incontrano con le brezze dell’Adriatico, in un ambiente dove l’umidità e la temperatura sono regolate dalle acque del Fiume Tagliamento.

Le cosce di suino provengono dagli oltre 3.000 Allevamenti ubicati nelle Regioni del Centro-Nord Italia (Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Marche, Umbria, Toscana, Lazio, Abruzzo). I suini, selezionati tra quelli di Razza Pesante Italiana (Large White, Landrace e Duroc) e strettamente controllati, sono alimentati con cereali nobili e siero di latte e allevati con metodi che rispettano il loro benessere; al momento della macellazione devono pesare mediamente 160 chilogrammi e avere almeno nove mesi di vita.

Le cosce arrivano a San Daniele del Friuli, dove vengono sottoposte a un controllo preliminare di conformità, entro quarantotto ore dalla macellazione e devono avere un peso non inferiore ai 12,5 chilogrammi. Le prime fasi di lavorazione si svolgono tutte all’interno dei Prosciuttifici aderenti al Consorzio e comprendono: - il raffreddamento (per favorire la perdita di umidità) e la rifilatura; la salatura, in cui le cosce rimangono coperte di sale per un numero di giorni pari al loro peso; - la pressatura, che permette di far penetrare al meglio il sale e di conferire alle cosce la tradizionale forma a chitarra; - il riposo, periodo che dura fino al quarto mese dall’inizio della lavorazione in cui le cosce rimangono a riposo in appositi spazi climatizzati.

Terminato il periodo di riposo, le fasi che seguono sono: - il lavaggio e l’asciugamento; - la sugnatura, che prevede l’applicazione di un impasto (la sugna) a base di farina di riso e grasso sulla porzione non coperta dalla cotenna per mantenerla morbida; - la stagionatura, che si prolunga fino al compimento del sedicesimo mese dall’inizio della lavorazione; - la marchiatura, per la quale l’organo di controllo, l’Istituto Friuli Controllo Qualità (I.F.C.Q.) e Certificazioni verifica la rispondenza dei prosciutti ai requisiti prescritti dal Disciplinare.

Solo i Prosciutti che rispettano tutti i parametri sono Certificati e su di essi viene impresso a fuoco il “Marchio del Consorzio”. Durante l’intera lavorazione vengono effettuati i tradizionali e accurati controlli periodici che monitorano l’evoluzione del prodotto, tra cui “la puntatura” con l’osso di cavallo e la “battitura”, ovvero la percussione della cotenna.

Il “Prosciutto di San Daniele” presenta molti segni distintivi che lo contraddistinguono e lo differenziano: lo “Zampino” che, oltre mantenere inalterata l’integrità biologica della coscia, agevola il drenaggio dell’umidità, il “Marchio a Fuoco del Consorzio” impresso sulla cotenna costituito dalla Denominazione in forma circolare, dalla stilizzazione del prosciutto con le lettere “SD” al centro e dal “Codice Numerico di Identificazione del Produttore”, il “Tatuaggio dell’Allevamento” (ovvero un codice alfanumerico costituito dalla sigla della Provincia in cui si trova l’allevamento), il “Numero Identificativo dell’Allevamento” e una Lettera che indica il Mese di nascita del suino. A tutto ciò si aggiunge il “Segno del Macello”, un timbro a fuoco che riporta la sigla “PP” e il “Codice Identificativo del Macello”, composto da una lettera e da due cifre, oltre al "Sigillo di Inizio Lavorazione", composto dalla sigla D.O.T. (Denominazione di Origine Tutelata) e dalla data che ne indica l’inizio.

La produzione del “Prosciutto di San Daniele” D.O.P. nel 2025 è stata pari a circa 2.600.000 cosce, lavorate nei 28 stabilimenti, provenienti da più di 40 Macelli, che hanno trasformato la materia prima precedentemente selezionata nei 3.626 Allevamenti di suini Italiani. La produzione di “Prosciutto di San Daniele” D.O.P. “preaffettato in vaschetta” è stata di circa 22,5 milioni di vaschette certificate.

Il fatturato totale ha raggiunto i 350 milioni di euro. La quota di Export rispetto alla produzione complessiva è stata pari al 18%, con oltre 4 milioni di chilogrammi di prodotto indirizzato al Mercato Extra Italiano.

Il “Prosciutto di San Daniele” è un’ottima fonte di proteine nobili, di vitamine, in particolare B1, B6 e PP, e di sali minerali, soprattutto fosforo, zinco, rame, ferro e potassio; fra i grassi prevalgono quelli monoinsaturi. Per il suo alto valore nutrizionale e la sua facile digeribilità, è indicato in qualsiasi tipo di dieta, anche in quelle ipocaloriche e di sportivi, bambini e anziani.

Tagliare una fetta sottile di “Prosciutto di San Daniele” è vera poesia, il suo colore rosso-rosato nella parte magra e bianco candido nel grasso di contorno e nel grasso intramuscolare, già alla vista incanta. Delizioso e gentile il profumo, si possono individuare sfumature tostate, di crosta di pane, note di frutta secca e malto d’orzo. Il sapore è vellutato, la sapidità leggera, gli aromi sono tipici della carne stagionata, la consistenza è avvolgente, morbida, non unta e si scioglie delicatamente.

Con la pubblicazione in “Gazzetta Ufficiale” (n. 236 del 10 Ottobre 2026) è entrata in vigore una modifica ordinaria al “Disciplinare di Produzione” che introduce due importanti novità per il “Prosciutto di San Daniele D.O.P.”: la regolamentazione delle lunghe stagionature certificate e un nuovo formato per le esigenze della ristorazione e dei mercati esteri.

L’aggiornamento del disciplinare regolamenta le “stagionature” con l’introduzione della nuova segmentazione denominata “Seicento” (600 giorni) che prevede criteri specifici proprio per “prosciutti a lunga maturazione”. Nel particolare viene stabilito che le cosce destinate a tale lavorazione devono avere un peso compreso tra i 16 e i 18 kg, un adeguato e maggiore strato di grasso (30 mm) e devono essere identificate sin dall’inizio della lavorazione. Una pezzatura più elevata si adatta a una più lunga stagionatura e a una lavorazione minima di “600 giorni” che corrispondono a circa 20 mesi, un periodo obbligatorio da trascorre interamente nei prosciuttifici siti in area tipica.

Conseguentemente oltre all’apposizione del “Marchio di Certificazione D.O.P.” al raggiungimento dei 400 giorni, al ventesimo mese e previa verifica dell’Organismo di controllo, è prevista la marchiatura con un secondo identificativo per i prosciutti della nuova segmentazione “Seicento”. Inoltre diventa obbligatorio riportare in etichetta l’indicazione precisa, in mesi, della stagionatura effettivamente conseguita.

Il “Consorzio del Prosciutto di San Daniele” è il primo tra quelli dei Salumi Italiani a “Denominazione di Origine Protetta” a certificare le lunghe stagionature con l’obiettivo di aumentare il posizionamento qualitativo della Denominazione e garantire che il prolungato affinamento del prodotto, anche in termini commerciali, sia legato a precisi requisiti della materia prima e del processo produttivo.

La modifica al Disciplinare introduce anche pezzature più leggere, abbassando il peso minimo delle cosce fresche da 12,5 a 11,8 kg. I prosciutti ottenuti dalle cosce fino a 13 kg. saranno commercializzati esclusivamente disossati, in tranci o affettati. Tali formati sono ideali per la ristorazione, l’affettamento e i mercati esteri, in tutti i casi dove la domanda richiede pezzature più contenute, maggiore praticità d’impiego e un’offerta commerciale più flessibile. La modifica non incide assolutamente sulle caratteristiche qualitative del prodotto finito, restano invariati: la limitata zona di produzione nel Comune di San Daniele del Friuli, l’impiego di sole cosce suine Italiane, le caratteristiche degli animali per razza e alimentazione, le fasi di lavorazione e il legame con il territorio di origine.

Nicola Martelli, Presidente del “Consorzio del Prosciutto di San Daniele”, ha dichiarato: “Con questa modifica il San Daniele compie due passi importanti: da un lato certifica le lunghe stagionature, dall’altro apre nuove prospettive di mercato grazie alle pezzature minori. Le nuove regole introdotte offrono ai produttori una maggiore flessibilità nell’approvvigionamento della materia prima pur sempre all’interno di criteri estremamente rigorosi di controllo”.

Una magnifica tradizione secolare si rinnova dando forma a una nuova, straordinaria eccellenza Italiana ancora più unica: il “Prosciutto di San Daniele Seicento”.

https://prosciuttosandaniele.it/

https://www.youtube.com/watch?v=XT7GUFM9QYU

https://www.youtube.com/watch?v=GEqPmP4hAdM


Una Vista di "San Daniele del Friuli" (Foto PSD)

Il Presidente del Consorzio Nicola Martelli (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": La Stagionatura (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": La Marchiatura (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": La Puntatura (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": Una Gustosa Magia (Foto PSD)


venerdì 23 ottobre 2026

“CIPRIANO” LA PIZZERIA A FIRENZE DOVE SI TROVA TUTTO IL MEGLIO DELLA TRADIZIONE POPOLARE NAPOLETANA.




La “Pizza” non è semplicemente un alimento ma è una vera e propria magia: attraverso un rito manuale lavorando dell’acqua e della farina si realizza un simbolo d’Italianità conosciuto in tutto il Mondo.

La “Pizza” oggi è sì un successo planetario che viene arricchito con vari ingredienti, ma quando è nata era una preparazione “molto povera” e ha una Storia molto interessante.

L’impasto con cui si produce il pane (o altre forme di lievitati) è uno degli alimenti più antichi dell’umanità. Attraverso i millenni al pane, e agli altri derivati, sono stati aggiunti diversi ingredienti per conferirgli diversi e particolari sapori. Alcuni Archeologi Italiani e Francesi hanno trovato in Sardegna tracce di un tipo di pane risalente a circa 3000 anni fa. Da tale ritrovamento si evince che le popolazioni locali avevano già la conoscenza dell’uso del “lievito”. Ovviamente anche in tutte le altre parti del Mondo, dove si sono sviluppate Civiltà Antiche, sono stati ritrovati resti che indicano le loro capacità di realizzare specifiche preparazioni simili al pane.

La “Pizza” come la conosciamo noi è assolutamente un’invenzione Italiana, anzi, più precisamente, è frutto di quella straordinaria e particolare capacità inventiva che può nascere solo nella magnifica Città di Napoli. Sulla sua origine però, prima del XVII Secolo, non abbiamo notizie certe.

Circa nella prima metà del 1700 il “Re degli ortaggi” il Pomodoro venne adottato per arricchire la “Pizza” fino allora bianca. Il Pomodoro (Solanum Lycopersicum), importato dalle Americhe in Europa nel 1540 dal navigatore e condottiero Spagnolo Hernan Cortés Monroy Pizarro Altamirano (1485 - 1547), fino a pochi anni prima era stato considerato velenoso e pertanto usato solo come pianta ornamentale.

Certa è la data di nascita, a Napoli, di quella che è considerata la prima e più antica Pizzeria del Mondo. Infatti nel 1738 aprì i battenti, nel centro della Città, un Panificio denominato “Port’Alba”. Il Forno produceva pizze e altro solo per la vendita ambulante, in forni (rivestiti con pietra lavica del Vesuvio) a legna, anche con un particolarissimo metodo a credito denominato “Pizza a Otto” che permetteva agli acquirenti, i più poveri, di ritardare il pagamento fino a otto giorni dal consumo. Solo nel 1830, dopo decenni in cui la sua produzione aveva raggiunto la fama non solo a Napoli, “Port’Alba” si trasformò in una vera e propria Pizzeria con i tavoli e il servizio diretto al pubblico.

Nei decenni successivi la “Pizza” si è diffusa in Italia e nel Mondo diventando una forma di cibo comunitario simbolo della condivisione con un linguaggio potente, universale e senza età.  

Ma non tutte le “Pizze” sono uguali e non tutte sono prodotte nel modo giusto con prodotti di qualità. A conferma del “vero metodo di produzione” di questo straordinario manufatto alimentare, il 7 Dicembre 2017, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) ha riconosciuto “l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano” come “Bene Immateriale dell’Unesco e Patrimonio Culturale dell’Umanità”. A Napoli il “Pizzaiolo” si chiama “Pizzaiuolo” come si evince anche dalla Loro Associazione Pizzaiuoli Napoletani (A.N.P.).

Oggi la “Pizza” fatta con particolare attenzione alla qualità delle farine, con l’uso del “Lievito Madre” (l’unico che può dare all’impasto morbidezza e perfetta consistenza), con l’utilizzo di ingredienti di altissimo livello di provenienza Locale o a filiera corta, meglio se biologici, guarnita con ricchezza e fantasia, è denominata “Pizza Gourmet”. Questa tipologia di “Pizza”, che mira soprattutto alla digeribilità e al gusto, deve essere “obbligatoriamente” servita tagliandola a spicchi.

Firenze oltre a essere il Capoluogo di quella fantastica e bellissima Regione denominata Toscana è anche uno straordinario concentrato storico/culturale a cielo aperto che tutto il mondo ammira.

Una delle bellezze storico/architettoniche Fiorentine più fascinose sono le possenti mura che la cingono e le sue porte, strutture in parte ancora visibili e ben conservate. L’antica cerchia difensiva della Città, nata con la Città stessa, conta ben sei tracciati diversi. Una delle porte della cinta muraria Fiorentina più bella e maestosa è “Porta San Frediano”.

“Porta San Frediano” è ubicata nel Quartiere di Oltrarno, nella zona più a ovest che prende il nome dal Borgo omonimo, dove un tempo si trovavano le botteghe degli artigiani e dove il “vernacolo fiorentino” ha avuto maggior diffusione. Il Borgo di San Frediano ha origine grazie alla presenza dell'antica Chiesa di San Frediano, oggi non più esistente, che sorgeva all'angolo dell'attuale Piazza del Carmine.

La “Porta San Frediano” rientra nella sesta cerchia delle mura ed è stata edificata tra il 1332 e il 1334 con un progetto attribuito all’Architetto e Scultore Andrea d'Ugolino da Pontedera (detto Andrea Pisano, 1290 - 1349). La Porta ha ancora il grandioso e fascinoso portone originale, in legno con i bulloni, le cui chiavi sono ancora oggi visibili essendo conservate in una delle Sezioni del “Museo di Palazzo Vecchio” denominata “Tracce di Firenze”. Bellissime anche le altre antiche vestigia ubicate sulle pareti esterne della Porta: gli anelli in ferro battuto per legare i cavalli e i supporti per le fiaccole in ferro battuto.

Ecco, proprio adiacente a “Porta San Frediano”, in Viale Ludovico Ariosto al Civico 1/r, c’è una Pizzeria estremamente interessante: “Cipriano”. 

“Cipriano Pizzeria” è del Maestro Pizzaiuolo Napoletano Mario Cipriano.

Mario Cipriano è nato, nel 1982, nella fantastica Città di Napoli in una Famiglia di Pizzaioli e fin da giovanissimo (16 anni) entrò a lavorare nel Locale di Famiglia: inizialmente fu un dovere ma presto arrivò anche la passione. Successivamente si trasferì per un periodo a Trieste dove la Famiglia aveva altri Locali. Nel 2007 Cipriano giunse a Firenze dove si era già trasferita la sorella. Per diversi anni Mario ha studiato e lavorato in altri noti Locali per perfezionarsi, dopo alcuni corsi d’insegnamento è diventato, nel 2013, anche istruttore e insegnante in una Scuola privata nel bellissimo Centro Storico di Firenze.

Nel 2017 la Famiglia Naccari, proprietaria già da dieci anni del noto Ristorante “Il Vecchio e il Mare”, di Via Vincenzo Gioberti al 61N a Firenze che fino allora era conosciuto come un Locale dalla consolidata cucina di mare estremamente curata, volle ampliare l’attività trasformandola in una “Risto-pizzeria” e chiamarono proprio Mario Cipriano alla guida del nuovo “progetto pizzeria”.

In poco tempo grazie alla bravura di Mario Cipriano fu un grande successo e iniziarono ad arrivare importanti riconoscimenti tra cui nel 2020 i “Tre Spicchi del Gambero Rosso” (un punteggio superiore ai 90/100) dalla “Guida Pizzerie d'Italia 2021” (presentata nel mese di Ottobre del 2020). Il Premio è il massimo riconoscimento assegnato dalla Guida alle migliori “Pizzerie al piatto del Paese” per l’assoluta eccellenza nel realizzare pizze artigianali, valutando non solo il prodotto finito ma l'intera filosofia della pizzeria.

Dopo sette anni di assoluta e fruttuosa collaborazione Mario Cipriano, di comune accordo con la Famiglia Naccari, ha lasciato “Il Vecchio e il Mare” per dar vita nel Dicembre 2024 al suo progetto personale aprendo, nel Quartiere di San Frediano in Viale Ludovico Ariosto al Civico 1/r, il nuovo Locale “Cipriano Pizzeria”.

“Cipriano Pizzeria” è un Locale confortevole che negli spazi interni accoglie alcune decine di ospiti a cui si aggiungono, nella bella stagione, quelli che si possono accomodare nello spazio esterno difronte all’ingresso. L’arredamento è minimal/elegante per accogliere gli ospiti in maniera naturale e informale: un’accoglienza che mette a proprio agio. La Pizzeria è dotata di forno a legna e di forno elettrico.

Nel Menù, Mario Cipriano, ha voluto offrire il meglio della tradizione Partenopea, utilizzando ingredienti di alta qualità e le ricette più popolari del cibo di strada, ma ha voluto anche realizzare nuove reinterpretazioni capaci di esaltare ancor di più tutti i prodotti offerti.

All'interno della proposta di “Cipriano Pizzeria”, disponibile anche in versione “gluten free”, trovano spazio oltre a ottime pizze (soffici, gustose, digeribili e in varie versioni) anche altre espressioni della più sincera “Cultura Gastronomica Napoletana e Campana” come le “pizze a ruota di carro” (cotte nel forno elettrico e non in quello a legna), i “panuozzi”, fino ad arrivare alla friggitoria.

Le “Pizze a Ruota di Carro" (in napoletano “pizza a rota ’e carretta”) prende il nome proprio dal fatto che le dimensioni della pizza ricordano l'ampiezza della ruota di un carro, è una tipica e storica variante della “pizza napoletana”, nata nei quartieri popolari di Napoli per sfamare la classe operaia con una porzione grande, ricca e abbondante. Il disco di pasta è molto largo e deborda fuori dal piatto, il cornicione è basso, quasi inesistente o appena accennato, a differenza della pizza contemporanea che ha invece un bordo molto alto e alveolato. La pasta, preparata con una lunga lievitazione, è tirata in modo molto sottile, ma l'impasto rimane morbido, elastico e "scioglievole". Per via delle sue grandi dimensioni spesso si gusta piegata a "portafoglio".

Il “Panuozzo” (o “pagnuozzo”) è una specialità gastronomica campana, originaria della zona di Gragnano (nella Città Metropolitana di Napoli). Si colloca a metà strada tra una pizza e un grande panino, condividendo con la prima gran parte della sua anima. L'impasto è lo stesso identico utilizzato per la pizza napoletana (acqua, farina, lievito e sale), ha forme diverse ed è leggermente schiacciato (spesso viene diviso in porzioni). La particolarità del “panuozzo” sta nella sua incredibile leggerezza. La mollica è quasi assente grazie a una forte alveolatura interna, mentre la crosta esterna è sottile e croccante, è perfetto per le farciture.

La “Friggitoria Classica Napoletana”, il cosiddetto "Fritto Napoletano" si rivela gustosa e magica con il "Cuoppo" il cono di carta che da sempre a Napoli lo contiene, un contenitore pratico, economico e popolare, che ha esaltato il cibo di strada moltissimo tempo prima che si cominciasse a parlare di “street food”.

La “Friggitoria” da “Cipriano Pizzeria” è ricca e rispetta la tradizione: “Crocchè di patate” o “panzarotto” (impasto di purè di patate impanato e fritto, spesso con un cuore morbido di fiordilatte), “Frittatine di pasta” (un disco o cilindro di pasta, di solito bucatini o spaghetti, condito con besciamella, carne macinata, piselli e formaggio, poi impanato e fritto), “Pasta cresciuta” (piccole frittelle salate dalla forma sferica e irregolare, soffici all'interno e croccanti fuori), “Mozzarella in carrozza” (un sandwich panato e fritto composto da fette di pane, pancarrè o pane in cassetta, che racchiudono un cuore di mozzarella, il pane fa da "carrozza" e i fili di formaggio sciolto ricordano le “briglie”), “Montanarine” (un piccolo disco di pasta fritto e condito in superficie con sugo di pomodoro, parmigiano, basilico e altro).

Nel Menù di “Cipriano Pizzeria” non mancano dei deliziosi dolci.

Nulla può esprimere al meglio la volontà di Mario Cipriano, un pizzaiolo che con passione e dedizione al lavoro ha raggiunto così tanti successi, se non le sue parole: “Napoli non è fatta solo di pizza, anche se la pizza resta il simbolo più conosciuto della nostra città. C'è un mondo intero di sapori e preparazioni che appartiene alla cucina popolare e alla vita quotidiana dei napoletani. Il cuoppo è uno di questi: è semplice, immediato, conviviale. Portarlo a Firenze, insieme alle altre specialità della nostra tradizione, per me significa condividere un pezzo della mia storia e della città da cui provengo”.

https://ciprianopizzeria.it/


"La Pizza": Un Fantastico Simbolo d'Italianità (Foto CP)

"Cipriano Pizzeria" a Firenze: il Maestro Mario Cipriano (Foto CP) 

"Cipriano Pizzeria": Spazio Esterno e Ingresso (Foto CP)

"Cipriano Pizzeria": Una Vista Interna (Foto CP)

"La Magia della Pizza" (Foto CP)

Le Super Gustose "Pizze" (Foto Cipriano Pizzeria)

Il Mitico "Calzone" (Foto Cipriano Pizzeria)

 Saporite "Frittatine di Pasta" (Foto CP)

Deliziose "Montanarine" (Foto CP)

 Non Mancano Dolci Prelibatezze (Foto CP)
 
Il Maestro Pizzaiolo Mario Cipriano (Foto CP)


sabato 17 ottobre 2026

LE CUCINE DEI SOVRANI SPAGNOLI AL “PALACIO REAL DE MADRID” SONO LE PIÙ IMPORTANTI E SUGGESTIVE TRA LE CUCINE STORICHE DELLE RESIDENZE REALI EUROPEE.

 

(Foto Patrimonio Nacional)


La Spagna non è solo un bellissimo Paese, me è anche uno stato d'animo fatto di sole, musica, ottimo cibo, gioia di vivere e persone passionali: avendola frequentata per molti anni semplicemente l’adoro.

La Spagna è quella meravigliosa Nazione, ricca non solo di storia, ubicata nell’Europa Sud-occidentale. Insieme al Portogallo, Andorra e Gibilterra forma quel particolare Territorio che prende il nome di Penisola Iberica.

La Storia della Spagna è molto complessa e interessante e si perde nella notte dei tempi.

Furono gli Antichi Romani a dare il nome “Hispania” a queste terre durante la loro conquista iniziata con la seconda Guerra Punica, nel 206 a.C., contro i Cartaginesi.

Ma per quello che desidero raccontarvi, la nostra “particolare” Storia della Spagna inizia nel 711 con l’invasione Musulmana della Penisola Iberica.

Le popolazioni Arabe arrivarono in Spagna dopo aver conquistato militarmente tutto il Nord Africa. Con molta facilità, gli Arabi (detti anche “Saraceni” e successivamente indicati anche con il termine “Mori”), sconfissero e cacciarono dalla Spagna i Visigoti (insediatisi qui dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente). In tutta la Spagna rimasero solo alcune sacche Cristiane, di resistenza, formatesi nelle impervie regioni montuose settentrionali. 

Con la vittoriosa (per i Cristiani ma non per le fonti Musulmane) battaglia di Covadonga (dal Latino “Cova Dominica” = “Grotta della Madonna”, un posto incredibile) avvenuta in una Località ubicata fra le montagne, oggi denominata Picos de Europa (una catena montuosa lungo la costa Settentrionale della Spagna), iniziò la “Reconquista”.

Con il termine “Reconquista” gli Spagnoli indicano un periodo lunghissimo, più di 750 anni, in cui essi s’impegnarono duramente per la completa liberazione della loro Terra dai Mori.

Questa Battaglia, combattuta nel 722, dove emerge la figura del leggendario Nobile Condottiero Asturiano Don Pelayo di Fafila (690 - 737), fu fondamentale per la Storia della Spagna dando inizio alla rivolta. 

Don Pelayo fondò, senza mai proclamarsi Re, anche la prima entità politica Cristiana di tutta la Penisola Iberica: Il Regno delle Asturie. Da questa "prima fiammella divampò un incendio”.

Il Regno delle Asturie, nel 914, si fuse con quello di Leon e poi, nel 1230, con il Regno di Castiglia, e così via, attraverso i secoli, con nobili matrimoni e anche cruenti eventi fu possibile unificare Terre e Città della Spagna. Lo scettro, attraverso gli anni, passò nelle mani di Nobili Famiglie come i Trastamara (1369 - 1516), gli Asburgo (1516 - 1700), i Borbone (1700 - 1868).

Tra il 1808 e il 1813, nel periodo dei Borbone, ci fu una interruzione del loro Regno, infatti Napoleone Bonaparte impose come Re di Spagna il fratello Giuseppe.

Sotto il Regno di Filippo V di Borbone (1683 - 1746), a Madrid, un edificio sorto al posto di un antico insediamento militare dei Mori del IX Secolo (edificato dall’Emiro Mohamed I al tempo in cui la citta aveva il nome Arabo di “Magerit”) e successivamente diventato presidio Cristiano poi denominato “Alcazar de los Austrias” (fortezza degli Austriaci, intendendo la dinastia degli Asburgo), venne completamente distrutto in un rovinoso incendio nel 1734. Da questo evento si prese spunto per iniziare la progettazione e la costruzione del nuovo “Palacio Real de Madrid”.

Il 17 Aprile del 1738 cominciarono gli imponenti lavori che furono affidati all’Architetto Torinese Giovanni Battista Sacchetti (1690 - 1764). La costruzione del “Palazzo Nuovo” (come fu inizialmente chiamato) avvenne ispirandosi agli schizzi realizzati dal Bernini per la costruzione del Louvre di Parigi e si prolungò fino al 1764: il primo Re che vi prese dimora fu Carlo III di Borbone (1716 - 1788).

Il Palazzo Reale non è stato più abitato dal 1931 quando Re Alfonso XIII di Borbone (1886 - 1941) lasciò la Spagna dopo una “specie” di plebiscito che scelse la Repubblica, ma ancora oggi è la Residenza Ufficiale dell’attuale Re di Spagna, sua maestà Filippo VI di Borbone (in carica dal 19 Giugno 2014).

L’imponente Palazzo Reale di Madrid si erge maestoso ai numeri civici 2, 4 e 6 di Calle de Bailén, in pieno centro della bella Capitale Spagnola, davanti ai verdi giardini di Plaza de Oriente.

Il complesso, in stile Barocco, oggi “Patrimonio Nacional”, è il più grande Palazzo Reale di tutta l’Europa Occidentale, ha una superficie di 135.000 metri quadrati e 3.418 stanze: sale e saloni arredati con sfarzo e ricchezza, pieni di bellissime opere d’arte di famosi artisti di varie epoche. Vi sono ovunque un’infinità di pregiati mobili, arazzi, tappeti, lampadari, affreschi e dipinti, preziosi orologi, rarissime porcellane, oltre alle ricche collezioni: un vero e proprio museo.

Entrando dai grandi cancelli di Calle de Bailén si accede al grande spazio interno denominato “Plaza de la Armeria”. A destra il Palazzo Reale e a sinistra la sontuosa, anch’essa imponente, “Catedral de Santa Maria la Real de la Almudena”, Sede Episcopale dell’Arcidiocesi di Madrid, pur essendo iniziata la sua costruzione nel 1883 questa è stata consacrata da Papa Giovanni Paolo II solo il 15 di Giugno del 1993.

All’interno del Palazzo Reale, al piano terra, si aprono due ampi piazzali, il “Patio del Rey” e il “Patio de la Reina”, ai loro lati due gallerie, a destra la “Galeria del Rey” e a sinistra la “Galeria del Cierzo”.

Per accedere al piano superiore c’è il magnifico “Scalone d’Onore” (Escalera Principal) disegnato dall’Architetto Palermitano Francesco Sabatini) con più di 70 gradini. Al Primo piano si trovano altre meraviglie come “El Salón del Trono” (con un soffitto dipinto dal Tiepolo), “El Salón de Alabarderos” (la sala da ballo che Carlo III trasformò in Sala delle Guardie), la “Salita Gasparini”, la “Real Farmacia”, la “Capilla Real”, il “Gabinete de Maderas Finas o de Indias” (lo studio di Carlo III), la “Real Armeria” (certamente una delle collezioni più importanti al Mondo di armi e armature).

Ma tornando al piano terra del Palazzo e precisamente alla galleria denominata “Galeria del Cierzo” troviamo una scaletta da cui scendendo si accede al primo piano seminterrato e dopo un percorso, non breve, si arriva nella zona delle “Cucine del Palazzo Reale”.

Le stanze della “Real Cocina” occupano un’intera ala del piano interrato (oltre 2.000 mq.) e grazie alle opere di rinnovamento e conservazione, in gran parte realizzate tra il 1861 e il 1880 per volontà di Isabella II e di Alfonso XII, sono in perfetto stato.

Le Cucine, “Las Cocinas del Palacio Real de Madrid”, comprendono una serie di grandi e alti locali, con i soffitti a volte, uniti tra di loro da un lungo corridoio senza porte. L’ultimo, il più grande, è diviso, orizzontalmente, da due grandi archi che si formano da un massiccio pilastro centrale. Le stanze sono finestrate, ma trattandosi di un seminterrato, sono posizionate molto in alto.

I diversi spazi sono divisi in modo che ogni specifica attività avesse tutti i possibili agi, ovviamente del tempo, per lavorare nel miglior modo possibile con gli accessori adatti. Nei momenti di maggior lavoro qui c’era una moltitudine di persone che si adoperavano ognuna nelle sue specifiche mansioni. 

Da “Plaza de Oriente”, per agevolare i fornitori, esiste anche un accesso diretto alle Cucine.

Le “Cucine del Palazzo” sono formate dalla stanza del Pane e della Pasticceria, quella per la preparazione delle verdure e della frutta fino ad arrivare a quella della vera e propria cucina con i due grandi piani in ghisa di riscaldamento (uno anche con il deposito dall’acqua calda), artisticamente lavorati e con le maniglie in ottone. Non manca il forno, datato 1844, e il grande e ingegnoso girarrosto (costruito in Francia) per arrostire gli animali più grandi. In quest’ultimo locale, in un angolo, c’è la carbonaia, con le pale e la carriola, elemento essenziale per dare vita a un numero così elevato di fornelli e piani riscaldanti.

Alla fine della sala dei fuochi si trova lo studio del “Capo Cuoco” che doveva essere di origine Francese o almeno formatosi in Francia.

L’ultima Sala denominata al “Cuartón” alla fine del XIX Secolo venne trasformata in Cantina.

I mortai, le presse, i lavabo, le pile in ceramica bianca per scolare le verdure, la pila di granito del XVIII secolo con il suo rubinetto originale, la grande ghiacciaia in legno massello (fresqueras), le madie e gli scaffali, le finissime ed eleganti porcellane, i ripiani alle pareti con un’infinità di vassoi, pentole, pentolini, padelle, casseruole, stampi, soprattutto in super lucidato rame, tutti marcati con i simboli reali, fanno da contorno ai grandi piani di appoggio in legno e in marmo.

Da sottolineare la presenza dei riscaldatori portatili, i più vecchi a carbone, ma tutti finemente intarsiati e decorati.

Fondamentali questi riscaldatori. Anche se c’è una scala e un montacarichi che collega direttamente le Cucine ai piani nobili, far arrivare i cibi “sani e salvi” ma soprattutto, se non caldi almeno tiepidi, nella grande e stupefacente “Sala da Pranzo Reale” (la Sala da Pranzo Principale detta anche di “Gala” con un unico lungo tavolo da 140 posti), o in qualche altra Sala del Palazzo, non era cosa da poco viste le distanze.

Queste affascinanti, curiose e antiche Cucine del Palazzo Reale, perfettamente conservate, sono state utilizzate ancora in anni recenti soprattutto in particolari eventi e occasioni.

Il Menu giornaliero del Re era molto ricco, poteva scegliere tra una cinquantina di preparazioni, che venivano servite in preziosi vassoi e usando magnifici servizi da tavola (piatti, bicchieri, posaterie, accessori) in oro o in argento.

Una visita molto interessante, suggestiva e divertente quella a “Las Cocinas del Palacio Real de Madrid”, la più importante tra le cucine storiche delle residenze reali Europee sia per le sue dimensioni sia per la conservazione del complesso e per l'interessante numero degli accessori, dove venivano preparate le prelibatezze, anche molto scenografiche, da mettere sulla tavola dei Sovrani Spagnoli.

https://www.patrimonionacional.es/visita/palacio-real-de-madrid

https://www.youtube.com/watch?v=bWLSZ_oXm8I


Il Palazzo Reale di Madrid 

 "El Salón del Trono" (Foto Patrimonio Nacional)

Ovunque alle Pareti gli Oggetti di Rame

Il Piano in Ghisa con il Deposito dell'Acqua Calda

 Il Grande e Ingegnoso Girarrosto

 Le Pile in Ceramica Bianca

 La Pila in Granito

La Grande Ghiacciaia in Legno Massello 

 Magnifici e Preziosi Servizi da Tavola

Un Bellissimo Riscaldatore Portatile

"Comedor Real de Gala" (Foto Patrimonio Nacional)