sabato 31 ottobre 2026

CON IL MITICO MARCHIO DEL “PROSCIUTTO DI SAN DANIELE” NASCE “SEICENTO” LA NUOVA SPECIALISSIMA CATEGORIA DI PROSCIUTTI DEDICATA ALLE LUNGHE MATURAZIONI.

 


La bellissima e accogliente Regione Friuli-Venezia Giulia è ubicata all’estremità nord-orientale del Territorio Italiano dove occupa una superfice di 7.845 chilometri quadrati. La Regione nasce dall’unione di due Territori storico-geografici particolari, divisi dalla foce del Fiume Timavo (o Recca) che scorre tra Croazia, Slovenia e Italia: il Friuli, la parte più vasta, e la Zona della Venezia Giulia rimasta all’Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Queste Terre sono uno scrigno dove si racchiudono bellezze naturali che vanno dalle Spiagge alle Montagne, dalle Rocce Carsiche a quelle Dolomitiche, Colline e Lagune, Resti dell’Antica Civiltà Romana, Borghi, Castelli e Città d’Arte, Fiumi, Laghi e Isole. Accanto a tutte queste infinite bellezze il Territorio in questione ha anche un’offerta Enogastronomica di altissimo livello che si abbina alla perfezione con la grande e affabile accoglienza delle sue Genti.

Al Centro del Friuli, arroccato a 252 m. s.l.m. su di una dolce Collina che domina la pianura circostante, c’è l’antica Cittadina di “San Daniele del Friuli” (circa 8.000 abitanti), rientrante nell’E.D.R. (Enti di Decentramento Regionale, istituiti nel Novembre 2019) di Udine. I 35 chilometri quadrati del Territorio Comunale si trovano al centro dell’anfiteatro morenico, cioè il complesso di sedimenti (morene) costituito dai detriti rocciosi trasportati a valle dal lento ma incessante moto di scivolamento per gravità di un Ghiacciaio. Tali depositi formano degli archi concentrici lungo la parte frontale dello smottamento e vengono alla luce quando il ghiaccio si ritira per ragioni climatiche.

“San Daniele del Friuli” è famosa nel Mondo per un mitico prodotto, che qui veniva già realizzato in modo simile in Epoca preromana quando grazie all’uso del sale si conservavano le carni di maiale, il “Prosciutto di San Daniele”.

Il “Prosciutto di San Daniele” che noi conosciamo nasce nel 1961 grazie a un gruppo ristretto di Produttori, validi Imprenditori e Personalità di rilievo della Comunità di San Daniele del Friuli, che costituirono il “Consorzio del Prosciutto di San Daniele”.

Il “Prosciutto di San Daniele” è un prosciutto crudo stagionato riconosciuto come prodotto a “Denominazione di Origine” (D.O.) dal 1970 dallo Stato Italiano con la Legge n. 507 e come prodotto a “Denominazione di Origine Protetta” (D.O.P.) dall’Unione Europea dal 1996. 

Il “Prosciutto di San Daniele” viene prodotto solo ed esclusivamente a San Daniele del Friuli, e nella sua produzione non viene utilizzato nessun tipo di additivo o conservante.

Oggi il Consorzio associa tutti i 28 Produttori del “Prosciutto di San Daniele” e detiene il “Disciplinare di Produzione”, vigilando sulla sua corretta applicazione, oltre a tutelare il Marchio affinché non vi siano abusi o usi illegittimi del nome, del marchio stesso e della D.O.P. in tutte le sue prerogative. Inoltre, promuove e valorizza la conoscenza e la diffusione del “Prosciutto di San Daniele” ed è impegnato nell’attuare iniziative per il perfezionamento e il miglioramento qualitativo, attraverso servizi di assistenza e consulenza per i Soci Produttori.

Il “Prosciutto di San Daniele” viene artigianalmente realizzato con solo due ingredienti: cosce di suino Italiano super selezionate e sale marino secco di alta qualità. Fondamentale è la Stagionatura (minimo 16 mesi) che avviene grazie al particolare microclima di San Daniele del Friuli dove si creano condizioni uniche e irripetibili. Qui i venti freddi provenienti dalle Alpi Carniche si incontrano con le brezze dell’Adriatico, in un ambiente dove l’umidità e la temperatura sono regolate dalle acque del Fiume Tagliamento.

Le cosce di suino provengono dagli oltre 3.000 Allevamenti ubicati nelle Regioni del Centro-Nord Italia (Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Marche, Umbria, Toscana, Lazio, Abruzzo). I suini, selezionati tra quelli di Razza Pesante Italiana (Large White, Landrace e Duroc) e strettamente controllati, sono alimentati con cereali nobili e siero di latte e allevati con metodi che rispettano il loro benessere; al momento della macellazione devono pesare mediamente 160 chilogrammi e avere almeno nove mesi di vita.

Le cosce arrivano a San Daniele del Friuli, dove vengono sottoposte a un controllo preliminare di conformità, entro quarantotto ore dalla macellazione e devono avere un peso non inferiore ai 12,5 chilogrammi. Le prime fasi di lavorazione si svolgono tutte all’interno dei Prosciuttifici aderenti al Consorzio e comprendono: - il raffreddamento (per favorire la perdita di umidità) e la rifilatura; la salatura, in cui le cosce rimangono coperte di sale per un numero di giorni pari al loro peso; - la pressatura, che permette di far penetrare al meglio il sale e di conferire alle cosce la tradizionale forma a chitarra; - il riposo, periodo che dura fino al quarto mese dall’inizio della lavorazione in cui le cosce rimangono a riposo in appositi spazi climatizzati.

Terminato il periodo di riposo, le fasi che seguono sono: - il lavaggio e l’asciugamento; - la sugnatura, che prevede l’applicazione di un impasto (la sugna) a base di farina di riso e grasso sulla porzione non coperta dalla cotenna per mantenerla morbida; - la stagionatura, che si prolunga fino al compimento del sedicesimo mese dall’inizio della lavorazione; - la marchiatura, per la quale l’organo di controllo, l’Istituto Friuli Controllo Qualità (I.F.C.Q.) e Certificazioni verifica la rispondenza dei prosciutti ai requisiti prescritti dal Disciplinare.

Solo i Prosciutti che rispettano tutti i parametri sono Certificati e su di essi viene impresso a fuoco il “Marchio del Consorzio”. Durante l’intera lavorazione vengono effettuati i tradizionali e accurati controlli periodici che monitorano l’evoluzione del prodotto, tra cui “la puntatura” con l’osso di cavallo e la “battitura”, ovvero la percussione della cotenna.

Il “Prosciutto di San Daniele” presenta molti segni distintivi che lo contraddistinguono e lo differenziano: lo “Zampino” che, oltre mantenere inalterata l’integrità biologica della coscia, agevola il drenaggio dell’umidità, il “Marchio a Fuoco del Consorzio” impresso sulla cotenna costituito dalla Denominazione in forma circolare, dalla stilizzazione del prosciutto con le lettere “SD” al centro e dal “Codice Numerico di Identificazione del Produttore”, il “Tatuaggio dell’Allevamento” (ovvero un codice alfanumerico costituito dalla sigla della Provincia in cui si trova l’allevamento), il “Numero Identificativo dell’Allevamento” e una Lettera che indica il Mese di nascita del suino. A tutto ciò si aggiunge il “Segno del Macello”, un timbro a fuoco che riporta la sigla “PP” e il “Codice Identificativo del Macello”, composto da una lettera e da due cifre, oltre al "Sigillo di Inizio Lavorazione", composto dalla sigla D.O.T. (Denominazione di Origine Tutelata) e dalla data che ne indica l’inizio.

La produzione del “Prosciutto di San Daniele” D.O.P. nel 2025 è stata pari a circa 2.600.000 cosce, lavorate nei 28 stabilimenti, provenienti da più di 40 Macelli, che hanno trasformato la materia prima precedentemente selezionata nei 3.626 Allevamenti di suini Italiani. La produzione di “Prosciutto di San Daniele” D.O.P. “preaffettato in vaschetta” è stata di circa 22,5 milioni di vaschette certificate.

Il fatturato totale ha raggiunto i 350 milioni di euro. La quota di Export rispetto alla produzione complessiva è stata pari al 18%, con oltre 4 milioni di chilogrammi di prodotto indirizzato al Mercato Extra Italiano.

Il “Prosciutto di San Daniele” è un’ottima fonte di proteine nobili, di vitamine, in particolare B1, B6 e PP, e di sali minerali, soprattutto fosforo, zinco, rame, ferro e potassio; fra i grassi prevalgono quelli monoinsaturi. Per il suo alto valore nutrizionale e la sua facile digeribilità, è indicato in qualsiasi tipo di dieta, anche in quelle ipocaloriche e di sportivi, bambini e anziani.

Tagliare una fetta sottile di “Prosciutto di San Daniele” è vera poesia, il suo colore rosso-rosato nella parte magra e bianco candido nel grasso di contorno e nel grasso intramuscolare, già alla vista incanta. Delizioso e gentile il profumo, si possono individuare sfumature tostate, di crosta di pane, note di frutta secca e malto d’orzo. Il sapore è vellutato, la sapidità leggera, gli aromi sono tipici della carne stagionata, la consistenza è avvolgente, morbida, non unta e si scioglie delicatamente.

Con la pubblicazione in “Gazzetta Ufficiale” (n. 236 del 10 Ottobre 2026) è entrata in vigore una modifica ordinaria al “Disciplinare di Produzione” che introduce due importanti novità per il “Prosciutto di San Daniele D.O.P.”: la regolamentazione delle lunghe stagionature certificate e un nuovo formato per le esigenze della ristorazione e dei mercati esteri.

L’aggiornamento del disciplinare regolamenta le “stagionature” con l’introduzione della nuova segmentazione denominata “Seicento” (600 giorni) che prevede criteri specifici proprio per “prosciutti a lunga maturazione”. Nel particolare viene stabilito che le cosce destinate a tale lavorazione devono avere un peso compreso tra i 16 e i 18 kg, un adeguato e maggiore strato di grasso (30 mm) e devono essere identificate sin dall’inizio della lavorazione. Una pezzatura più elevata si adatta a una più lunga stagionatura e a una lavorazione minima di “600 giorni” che corrispondono a circa 20 mesi, un periodo obbligatorio da trascorre interamente nei prosciuttifici siti in area tipica.

Conseguentemente oltre all’apposizione del “Marchio di Certificazione D.O.P.” al raggiungimento dei 400 giorni, al ventesimo mese e previa verifica dell’Organismo di controllo, è prevista la marchiatura con un secondo identificativo per i prosciutti della nuova segmentazione “Seicento”. Inoltre diventa obbligatorio riportare in etichetta l’indicazione precisa, in mesi, della stagionatura effettivamente conseguita.

Il “Consorzio del Prosciutto di San Daniele” è il primo tra quelli dei Salumi Italiani a “Denominazione di Origine Protetta” a certificare le lunghe stagionature con l’obiettivo di aumentare il posizionamento qualitativo della Denominazione e garantire che il prolungato affinamento del prodotto, anche in termini commerciali, sia legato a precisi requisiti della materia prima e del processo produttivo.

La modifica al Disciplinare introduce anche pezzature più leggere, abbassando il peso minimo delle cosce fresche da 12,5 a 11,8 kg. I prosciutti ottenuti dalle cosce fino a 13 kg. saranno commercializzati esclusivamente disossati, in tranci o affettati. Tali formati sono ideali per la ristorazione, l’affettamento e i mercati esteri, in tutti i casi dove la domanda richiede pezzature più contenute, maggiore praticità d’impiego e un’offerta commerciale più flessibile. La modifica non incide assolutamente sulle caratteristiche qualitative del prodotto finito, restano invariati: la limitata zona di produzione nel Comune di San Daniele del Friuli, l’impiego di sole cosce suine Italiane, le caratteristiche degli animali per razza e alimentazione, le fasi di lavorazione e il legame con il territorio di origine.

Nicola Martelli, Presidente del “Consorzio del Prosciutto di San Daniele”, ha dichiarato: “Con questa modifica il San Daniele compie due passi importanti: da un lato certifica le lunghe stagionature, dall’altro apre nuove prospettive di mercato grazie alle pezzature minori. Le nuove regole introdotte offrono ai produttori una maggiore flessibilità nell’approvvigionamento della materia prima pur sempre all’interno di criteri estremamente rigorosi di controllo”.

Una magnifica tradizione secolare si rinnova dando forma a una nuova, straordinaria eccellenza Italiana ancora più unica: il “Prosciutto di San Daniele Seicento”.

https://prosciuttosandaniele.it/

https://www.youtube.com/watch?v=XT7GUFM9QYU

https://www.youtube.com/watch?v=GEqPmP4hAdM


Una Vista di "San Daniele del Friuli" (Foto PSD)

Il Presidente del Consorzio Nicola Martelli (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": La Stagionatura (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": La Marchiatura (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": La Puntatura (Foto PSD)

"Prosciutto di San Daniele": Una Gustosa Magia (Foto PSD)


venerdì 23 ottobre 2026

“CIPRIANO” LA PIZZERIA A FIRENZE DOVE SI TROVA TUTTO IL MEGLIO DELLA TRADIZIONE POPOLARE NAPOLETANA.




La “Pizza” non è semplicemente un alimento ma è una vera e propria magia: attraverso un rito manuale lavorando dell’acqua e della farina si realizza un simbolo d’Italianità conosciuto in tutto il Mondo.

La “Pizza” oggi è sì un successo planetario che viene arricchito con vari ingredienti, ma quando è nata era una preparazione “molto povera” e ha una Storia molto interessante.

L’impasto con cui si produce il pane (o altre forme di lievitati) è uno degli alimenti più antichi dell’umanità. Attraverso i millenni al pane, e agli altri derivati, sono stati aggiunti diversi ingredienti per conferirgli diversi e particolari sapori. Alcuni Archeologi Italiani e Francesi hanno trovato in Sardegna tracce di un tipo di pane risalente a circa 3000 anni fa. Da tale ritrovamento si evince che le popolazioni locali avevano già la conoscenza dell’uso del “lievito”. Ovviamente anche in tutte le altre parti del Mondo, dove si sono sviluppate Civiltà Antiche, sono stati ritrovati resti che indicano le loro capacità di realizzare specifiche preparazioni simili al pane.

La “Pizza” come la conosciamo noi è assolutamente un’invenzione Italiana, anzi, più precisamente, è frutto di quella straordinaria e particolare capacità inventiva che può nascere solo nella magnifica Città di Napoli. Sulla sua origine però, prima del XVII Secolo, non abbiamo notizie certe.

Circa nella prima metà del 1700 il “Re degli ortaggi” il Pomodoro venne adottato per arricchire la “Pizza” fino allora bianca. Il Pomodoro (Solanum Lycopersicum), importato dalle Americhe in Europa nel 1540 dal navigatore e condottiero Spagnolo Hernan Cortés Monroy Pizarro Altamirano (1485 - 1547), fino a pochi anni prima era stato considerato velenoso e pertanto usato solo come pianta ornamentale.

Certa è la data di nascita, a Napoli, di quella che è considerata la prima e più antica Pizzeria del Mondo. Infatti nel 1738 aprì i battenti, nel centro della Città, un Panificio denominato “Port’Alba”. Il Forno produceva pizze e altro solo per la vendita ambulante, in forni (rivestiti con pietra lavica del Vesuvio) a legna, anche con un particolarissimo metodo a credito denominato “Pizza a Otto” che permetteva agli acquirenti, i più poveri, di ritardare il pagamento fino a otto giorni dal consumo. Solo nel 1830, dopo decenni in cui la sua produzione aveva raggiunto la fama non solo a Napoli, “Port’Alba” si trasformò in una vera e propria Pizzeria con i tavoli e il servizio diretto al pubblico.

Nei decenni successivi la “Pizza” si è diffusa in Italia e nel Mondo diventando una forma di cibo comunitario simbolo della condivisione con un linguaggio potente, universale e senza età.  

Ma non tutte le “Pizze” sono uguali e non tutte sono prodotte nel modo giusto con prodotti di qualità. A conferma del “vero metodo di produzione” di questo straordinario manufatto alimentare, il 7 Dicembre 2017, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) ha riconosciuto “l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano” come “Bene Immateriale dell’Unesco e Patrimonio Culturale dell’Umanità”. A Napoli il “Pizzaiolo” si chiama “Pizzaiuolo” come si evince anche dalla Loro Associazione Pizzaiuoli Napoletani (A.N.P.).

Oggi la “Pizza” fatta con particolare attenzione alla qualità delle farine, con l’uso del “Lievito Madre” (l’unico che può dare all’impasto morbidezza e perfetta consistenza), con l’utilizzo di ingredienti di altissimo livello di provenienza Locale o a filiera corta, meglio se biologici, guarnita con ricchezza e fantasia, è denominata “Pizza Gourmet”. Questa tipologia di “Pizza”, che mira soprattutto alla digeribilità e al gusto, deve essere “obbligatoriamente” servita tagliandola a spicchi.

Firenze oltre a essere il Capoluogo di quella fantastica e bellissima Regione denominata Toscana è anche uno straordinario concentrato storico/culturale a cielo aperto che tutto il mondo ammira.

Una delle bellezze storico/architettoniche Fiorentine più fascinose sono le possenti mura che la cingono e le sue porte, strutture in parte ancora visibili e ben conservate. L’antica cerchia difensiva della Città, nata con la Città stessa, conta ben sei tracciati diversi. Una delle porte della cinta muraria Fiorentina più bella e maestosa è “Porta San Frediano”.

“Porta San Frediano” è ubicata nel Quartiere di Oltrarno, nella zona più a ovest che prende il nome dal Borgo omonimo, dove un tempo si trovavano le botteghe degli artigiani e dove il “vernacolo fiorentino” ha avuto maggior diffusione. Il Borgo di San Frediano ha origine grazie alla presenza dell'antica Chiesa di San Frediano, oggi non più esistente, che sorgeva all'angolo dell'attuale Piazza del Carmine.

La “Porta San Frediano” rientra nella sesta cerchia delle mura ed è stata edificata tra il 1332 e il 1334 con un progetto attribuito all’Architetto e Scultore Andrea d'Ugolino da Pontedera (detto Andrea Pisano, 1290 - 1349). La Porta ha ancora il grandioso e fascinoso portone originale, in legno con i bulloni, le cui chiavi sono ancora oggi visibili essendo conservate in una delle Sezioni del “Museo di Palazzo Vecchio” denominata “Tracce di Firenze”. Bellissime anche le altre antiche vestigia ubicate sulle pareti esterne della Porta: gli anelli in ferro battuto per legare i cavalli e i supporti per le fiaccole in ferro battuto.

Ecco, proprio adiacente a “Porta San Frediano”, in Viale Ludovico Ariosto al Civico 1/r, c’è una Pizzeria estremamente interessante: “Cipriano”. 

“Cipriano Pizzeria” è del Maestro Pizzaiuolo Napoletano Mario Cipriano.

Mario Cipriano è nato, nel 1982, nella fantastica Città di Napoli in una Famiglia di Pizzaioli e fin da giovanissimo (16 anni) entrò a lavorare nel Locale di Famiglia: inizialmente fu un dovere ma presto arrivò anche la passione. Successivamente si trasferì per un periodo a Trieste dove la Famiglia aveva altri Locali. Nel 2007 Cipriano giunse a Firenze dove si era già trasferita la sorella. Per diversi anni Mario ha studiato e lavorato in altri noti Locali per perfezionarsi, dopo alcuni corsi d’insegnamento è diventato, nel 2013, anche istruttore e insegnante in una Scuola privata nel bellissimo Centro Storico di Firenze.

Nel 2017 la Famiglia Naccari, proprietaria già da dieci anni del noto Ristorante “Il Vecchio e il Mare”, di Via Vincenzo Gioberti al 61N a Firenze che fino allora era conosciuto come un Locale dalla consolidata cucina di mare estremamente curata, volle ampliare l’attività trasformandola in una “Risto-pizzeria” e chiamarono proprio Mario Cipriano alla guida del nuovo “progetto pizzeria”.

In poco tempo grazie alla bravura di Mario Cipriano fu un grande successo e iniziarono ad arrivare importanti riconoscimenti tra cui nel 2020 i “Tre Spicchi del Gambero Rosso” (un punteggio superiore ai 90/100) dalla “Guida Pizzerie d'Italia 2021” (presentata nel mese di Ottobre del 2020). Il Premio è il massimo riconoscimento assegnato dalla Guida alle migliori “Pizzerie al piatto del Paese” per l’assoluta eccellenza nel realizzare pizze artigianali, valutando non solo il prodotto finito ma l'intera filosofia della pizzeria.

Dopo sette anni di assoluta e fruttuosa collaborazione Mario Cipriano, di comune accordo con la Famiglia Naccari, ha lasciato “Il Vecchio e il Mare” per dar vita nel Dicembre 2024 al suo progetto personale aprendo, nel Quartiere di San Frediano in Viale Ludovico Ariosto al Civico 1/r, il nuovo Locale “Cipriano Pizzeria”.

“Cipriano Pizzeria” è un Locale confortevole che negli spazi interni accoglie alcune decine di ospiti a cui si aggiungono, nella bella stagione, quelli che si possono accomodare nello spazio esterno difronte all’ingresso. L’arredamento è minimal/elegante per accogliere gli ospiti in maniera naturale e informale: un’accoglienza che mette a proprio agio. La Pizzeria è dotata di forno a legna e di forno elettrico.

Nel Menù, Mario Cipriano, ha voluto offrire il meglio della tradizione Partenopea, utilizzando ingredienti di alta qualità e le ricette più popolari del cibo di strada, ma ha voluto anche realizzare nuove reinterpretazioni capaci di esaltare ancor di più tutti i prodotti offerti.

All'interno della proposta di “Cipriano Pizzeria”, disponibile anche in versione “gluten free”, trovano spazio oltre a ottime pizze (soffici, gustose, digeribili e in varie versioni) anche altre espressioni della più sincera “Cultura Gastronomica Napoletana e Campana” come le “pizze a ruota di carro” (cotte nel forno elettrico e non in quello a legna), i “panuozzi”, fino ad arrivare alla friggitoria.

Le “Pizze a Ruota di Carro" (in napoletano “pizza a rota ’e carretta”) prende il nome proprio dal fatto che le dimensioni della pizza ricordano l'ampiezza della ruota di un carro, è una tipica e storica variante della “pizza napoletana”, nata nei quartieri popolari di Napoli per sfamare la classe operaia con una porzione grande, ricca e abbondante. Il disco di pasta è molto largo e deborda fuori dal piatto, il cornicione è basso, quasi inesistente o appena accennato, a differenza della pizza contemporanea che ha invece un bordo molto alto e alveolato. La pasta, preparata con una lunga lievitazione, è tirata in modo molto sottile, ma l'impasto rimane morbido, elastico e "scioglievole". Per via delle sue grandi dimensioni spesso si gusta piegata a "portafoglio".

Il “Panuozzo” (o “pagnuozzo”) è una specialità gastronomica campana, originaria della zona di Gragnano (nella Città Metropolitana di Napoli). Si colloca a metà strada tra una pizza e un grande panino, condividendo con la prima gran parte della sua anima. L'impasto è lo stesso identico utilizzato per la pizza napoletana (acqua, farina, lievito e sale), ha forme diverse ed è leggermente schiacciato (spesso viene diviso in porzioni). La particolarità del “panuozzo” sta nella sua incredibile leggerezza. La mollica è quasi assente grazie a una forte alveolatura interna, mentre la crosta esterna è sottile e croccante, è perfetto per le farciture.

La “Friggitoria Classica Napoletana”, il cosiddetto "Fritto Napoletano" si rivela gustosa e magica con il "Cuoppo" il cono di carta che da sempre a Napoli lo contiene, un contenitore pratico, economico e popolare, che ha esaltato il cibo di strada moltissimo tempo prima che si cominciasse a parlare di “street food”.

La “Friggitoria” da “Cipriano Pizzeria” è ricca e rispetta la tradizione: “Crocchè di patate” o “panzarotto” (impasto di purè di patate impanato e fritto, spesso con un cuore morbido di fiordilatte), “Frittatine di pasta” (un disco o cilindro di pasta, di solito bucatini o spaghetti, condito con besciamella, carne macinata, piselli e formaggio, poi impanato e fritto), “Pasta cresciuta” (piccole frittelle salate dalla forma sferica e irregolare, soffici all'interno e croccanti fuori), “Mozzarella in carrozza” (un sandwich panato e fritto composto da fette di pane, pancarrè o pane in cassetta, che racchiudono un cuore di mozzarella, il pane fa da "carrozza" e i fili di formaggio sciolto ricordano le “briglie”), “Montanarine” (un piccolo disco di pasta fritto e condito in superficie con sugo di pomodoro, parmigiano, basilico e altro).

Nel Menù di “Cipriano Pizzeria” non mancano dei deliziosi dolci.

Nulla può esprimere al meglio la volontà di Mario Cipriano, un pizzaiolo che con passione e dedizione al lavoro ha raggiunto così tanti successi, se non le sue parole: “Napoli non è fatta solo di pizza, anche se la pizza resta il simbolo più conosciuto della nostra città. C'è un mondo intero di sapori e preparazioni che appartiene alla cucina popolare e alla vita quotidiana dei napoletani. Il cuoppo è uno di questi: è semplice, immediato, conviviale. Portarlo a Firenze, insieme alle altre specialità della nostra tradizione, per me significa condividere un pezzo della mia storia e della città da cui provengo”.

https://ciprianopizzeria.it/


"La Pizza": Un Fantastico Simbolo d'Italianità (Foto CP)

"Cipriano Pizzeria" a Firenze: il Maestro Mario Cipriano (Foto CP) 

"Cipriano Pizzeria": Spazio Esterno e Ingresso (Foto CP)

"Cipriano Pizzeria": Una Vista Interna (Foto CP)

"La Magia della Pizza" (Foto CP)

Le Super Gustose "Pizze" (Foto Cipriano Pizzeria)

Il Mitico "Calzone" (Foto Cipriano Pizzeria)

 Saporite "Frittatine di Pasta" (Foto CP)

Deliziose "Montanarine" (Foto CP)

 Non Mancano Dolci Prelibatezze (Foto CP)
 
Il Maestro Pizzaiolo Mario Cipriano (Foto CP)


sabato 17 ottobre 2026

LE CUCINE DEI SOVRANI SPAGNOLI AL “PALACIO REAL DE MADRID” SONO LE PIÙ IMPORTANTI E SUGGESTIVE TRA LE CUCINE STORICHE DELLE RESIDENZE REALI EUROPEE.

 

(Foto Patrimonio Nacional)


La Spagna non è solo un bellissimo Paese, me è anche uno stato d'animo fatto di sole, musica, ottimo cibo, gioia di vivere e persone passionali: avendola frequentata per molti anni semplicemente l’adoro.

La Spagna è quella meravigliosa Nazione, ricca non solo di storia, ubicata nell’Europa Sud-occidentale. Insieme al Portogallo, Andorra e Gibilterra forma quel particolare Territorio che prende il nome di Penisola Iberica.

La Storia della Spagna è molto complessa e interessante e si perde nella notte dei tempi.

Furono gli Antichi Romani a dare il nome “Hispania” a queste terre durante la loro conquista iniziata con la seconda Guerra Punica, nel 206 a.C., contro i Cartaginesi.

Ma per quello che desidero raccontarvi, la nostra “particolare” Storia della Spagna inizia nel 711 con l’invasione Musulmana della Penisola Iberica.

Le popolazioni Arabe arrivarono in Spagna dopo aver conquistato militarmente tutto il Nord Africa. Con molta facilità, gli Arabi (detti anche “Saraceni” e successivamente indicati anche con il termine “Mori”), sconfissero e cacciarono dalla Spagna i Visigoti (insediatisi qui dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente). In tutta la Spagna rimasero solo alcune sacche Cristiane, di resistenza, formatesi nelle impervie regioni montuose settentrionali. 

Con la vittoriosa (per i Cristiani ma non per le fonti Musulmane) battaglia di Covadonga (dal Latino “Cova Dominica” = “Grotta della Madonna”, un posto incredibile) avvenuta in una Località ubicata fra le montagne, oggi denominata Picos de Europa (una catena montuosa lungo la costa Settentrionale della Spagna), iniziò la “Reconquista”.

Con il termine “Reconquista” gli Spagnoli indicano un periodo lunghissimo, più di 750 anni, in cui essi s’impegnarono duramente per la completa liberazione della loro Terra dai Mori.

Questa Battaglia, combattuta nel 722, dove emerge la figura del leggendario Nobile Condottiero Asturiano Don Pelayo di Fafila (690 - 737), fu fondamentale per la Storia della Spagna dando inizio alla rivolta. 

Don Pelayo fondò, senza mai proclamarsi Re, anche la prima entità politica Cristiana di tutta la Penisola Iberica: Il Regno delle Asturie. Da questa "prima fiammella divampò un incendio”.

Il Regno delle Asturie, nel 914, si fuse con quello di Leon e poi, nel 1230, con il Regno di Castiglia, e così via, attraverso i secoli, con nobili matrimoni e anche cruenti eventi fu possibile unificare Terre e Città della Spagna. Lo scettro, attraverso gli anni, passò nelle mani di Nobili Famiglie come i Trastamara (1369 - 1516), gli Asburgo (1516 - 1700), i Borbone (1700 - 1868).

Tra il 1808 e il 1813, nel periodo dei Borbone, ci fu una interruzione del loro Regno, infatti Napoleone Bonaparte impose come Re di Spagna il fratello Giuseppe.

Sotto il Regno di Filippo V di Borbone (1683 - 1746), a Madrid, un edificio sorto al posto di un antico insediamento militare dei Mori del IX Secolo (edificato dall’Emiro Mohamed I al tempo in cui la citta aveva il nome Arabo di “Magerit”) e successivamente diventato presidio Cristiano poi denominato “Alcazar de los Austrias” (fortezza degli Austriaci, intendendo la dinastia degli Asburgo), venne completamente distrutto in un rovinoso incendio nel 1734. Da questo evento si prese spunto per iniziare la progettazione e la costruzione del nuovo “Palacio Real de Madrid”.

Il 17 Aprile del 1738 cominciarono gli imponenti lavori che furono affidati all’Architetto Torinese Giovanni Battista Sacchetti (1690 - 1764). La costruzione del “Palazzo Nuovo” (come fu inizialmente chiamato) avvenne ispirandosi agli schizzi realizzati dal Bernini per la costruzione del Louvre di Parigi e si prolungò fino al 1764: il primo Re che vi prese dimora fu Carlo III di Borbone (1716 - 1788).

Il Palazzo Reale non è stato più abitato dal 1931 quando Re Alfonso XIII di Borbone (1886 - 1941) lasciò la Spagna dopo una “specie” di plebiscito che scelse la Repubblica, ma ancora oggi è la Residenza Ufficiale dell’attuale Re di Spagna, sua maestà Filippo VI di Borbone (in carica dal 19 Giugno 2014).

L’imponente Palazzo Reale di Madrid si erge maestoso ai numeri civici 2, 4 e 6 di Calle de Bailén, in pieno centro della bella Capitale Spagnola, davanti ai verdi giardini di Plaza de Oriente.

Il complesso, in stile Barocco, oggi “Patrimonio Nacional”, è il più grande Palazzo Reale di tutta l’Europa Occidentale, ha una superficie di 135.000 metri quadrati e 3.418 stanze: sale e saloni arredati con sfarzo e ricchezza, pieni di bellissime opere d’arte di famosi artisti di varie epoche. Vi sono ovunque un’infinità di pregiati mobili, arazzi, tappeti, lampadari, affreschi e dipinti, preziosi orologi, rarissime porcellane, oltre alle ricche collezioni: un vero e proprio museo.

Entrando dai grandi cancelli di Calle de Bailén si accede al grande spazio interno denominato “Plaza de la Armeria”. A destra il Palazzo Reale e a sinistra la sontuosa, anch’essa imponente, “Catedral de Santa Maria la Real de la Almudena”, Sede Episcopale dell’Arcidiocesi di Madrid, pur essendo iniziata la sua costruzione nel 1883 questa è stata consacrata da Papa Giovanni Paolo II solo il 15 di Giugno del 1993.

All’interno del Palazzo Reale, al piano terra, si aprono due ampi piazzali, il “Patio del Rey” e il “Patio de la Reina”, ai loro lati due gallerie, a destra la “Galeria del Rey” e a sinistra la “Galeria del Cierzo”.

Per accedere al piano superiore c’è il magnifico “Scalone d’Onore” (Escalera Principal) disegnato dall’Architetto Palermitano Francesco Sabatini) con più di 70 gradini. Al Primo piano si trovano altre meraviglie come “El Salón del Trono” (con un soffitto dipinto dal Tiepolo), “El Salón de Alabarderos” (la sala da ballo che Carlo III trasformò in Sala delle Guardie), la “Salita Gasparini”, la “Real Farmacia”, la “Capilla Real”, il “Gabinete de Maderas Finas o de Indias” (lo studio di Carlo III), la “Real Armeria” (certamente una delle collezioni più importanti al Mondo di armi e armature).

Ma tornando al piano terra del Palazzo e precisamente alla galleria denominata “Galeria del Cierzo” troviamo una scaletta da cui scendendo si accede al primo piano seminterrato e dopo un percorso, non breve, si arriva nella zona delle “Cucine del Palazzo Reale”.

Le stanze della “Real Cocina” occupano un’intera ala del piano interrato (oltre 2.000 mq.) e grazie alle opere di rinnovamento e conservazione, in gran parte realizzate tra il 1861 e il 1880 per volontà di Isabella II e di Alfonso XII, sono in perfetto stato.

Le Cucine, “Las Cocinas del Palacio Real de Madrid”, comprendono una serie di grandi e alti locali, con i soffitti a volte, uniti tra di loro da un lungo corridoio senza porte. L’ultimo, il più grande, è diviso, orizzontalmente, da due grandi archi che si formano da un massiccio pilastro centrale. Le stanze sono finestrate, ma trattandosi di un seminterrato, sono posizionate molto in alto.

I diversi spazi sono divisi in modo che ogni specifica attività avesse tutti i possibili agi, ovviamente del tempo, per lavorare nel miglior modo possibile con gli accessori adatti. Nei momenti di maggior lavoro qui c’era una moltitudine di persone che si adoperavano ognuna nelle sue specifiche mansioni. 

Da “Plaza de Oriente”, per agevolare i fornitori, esiste anche un accesso diretto alle Cucine.

Le “Cucine del Palazzo” sono formate dalla stanza del Pane e della Pasticceria, quella per la preparazione delle verdure e della frutta fino ad arrivare a quella della vera e propria cucina con i due grandi piani in ghisa di riscaldamento (uno anche con il deposito dall’acqua calda), artisticamente lavorati e con le maniglie in ottone. Non manca il forno, datato 1844, e il grande e ingegnoso girarrosto (costruito in Francia) per arrostire gli animali più grandi. In quest’ultimo locale, in un angolo, c’è la carbonaia, con le pale e la carriola, elemento essenziale per dare vita a un numero così elevato di fornelli e piani riscaldanti.

Alla fine della sala dei fuochi si trova lo studio del “Capo Cuoco” che doveva essere di origine Francese o almeno formatosi in Francia.

L’ultima Sala denominata al “Cuartón” alla fine del XIX Secolo venne trasformata in Cantina.

I mortai, le presse, i lavabo, le pile in ceramica bianca per scolare le verdure, la pila di granito del XVIII secolo con il suo rubinetto originale, la grande ghiacciaia in legno massello (fresqueras), le madie e gli scaffali, le finissime ed eleganti porcellane, i ripiani alle pareti con un’infinità di vassoi, pentole, pentolini, padelle, casseruole, stampi, soprattutto in super lucidato rame, tutti marcati con i simboli reali, fanno da contorno ai grandi piani di appoggio in legno e in marmo.

Da sottolineare la presenza dei riscaldatori portatili, i più vecchi a carbone, ma tutti finemente intarsiati e decorati.

Fondamentali questi riscaldatori. Anche se c’è una scala e un montacarichi che collega direttamente le Cucine ai piani nobili, far arrivare i cibi “sani e salvi” ma soprattutto, se non caldi almeno tiepidi, nella grande e stupefacente “Sala da Pranzo Reale” (la Sala da Pranzo Principale detta anche di “Gala” con un unico lungo tavolo da 140 posti), o in qualche altra Sala del Palazzo, non era cosa da poco viste le distanze.

Queste affascinanti, curiose e antiche Cucine del Palazzo Reale, perfettamente conservate, sono state utilizzate ancora in anni recenti soprattutto in particolari eventi e occasioni.

Il Menu giornaliero del Re era molto ricco, poteva scegliere tra una cinquantina di preparazioni, che venivano servite in preziosi vassoi e usando magnifici servizi da tavola (piatti, bicchieri, posaterie, accessori) in oro o in argento.

Una visita molto interessante, suggestiva e divertente quella a “Las Cocinas del Palacio Real de Madrid”, la più importante tra le cucine storiche delle residenze reali Europee sia per le sue dimensioni sia per la conservazione del complesso e per l'interessante numero degli accessori, dove venivano preparate le prelibatezze, anche molto scenografiche, da mettere sulla tavola dei Sovrani Spagnoli.

https://www.patrimonionacional.es/visita/palacio-real-de-madrid

https://www.youtube.com/watch?v=bWLSZ_oXm8I


Il Palazzo Reale di Madrid 

 "El Salón del Trono" (Foto Patrimonio Nacional)

Ovunque alle Pareti gli Oggetti di Rame

Il Piano in Ghisa con il Deposito dell'Acqua Calda

 Il Grande e Ingegnoso Girarrosto

 Le Pile in Ceramica Bianca

 La Pila in Granito

La Grande Ghiacciaia in Legno Massello 

 Magnifici e Preziosi Servizi da Tavola

Un Bellissimo Riscaldatore Portatile

"Comedor Real de Gala" (Foto Patrimonio Nacional)


domenica 11 ottobre 2026

DA “AMINTA”, LA TENUTA A MONTALCINO DELLA FAMIGLIA CECCHI, L’ACCOGLIENZA SI ESALTA TRA VIGNE, CANTINA, DEGUSTAZIONI E CUCINA.



Tra le infinite magnificenze che si trovano in Toscana c’è Montalcino un antichissimo Borgo che oggi come Comune ha circa 5.500 abitanti.

Montalcino è un Borgo Medievale, suggestivo e incantevole, ubicato nel cuore della Provincia di Siena (a circa 40 chilometri a sud di Siena), sorge sulla cima di una collina panoramica a circa 564 metri sul livello del mare e domina la splendida “Val d'Orcia”, una meravigliosa area protetta riconosciuta come “Patrimonio Mondiale dell'Umanità” dall'UNESCO. La sua è una posizione strategica tra il Monte Amiata e la Costa Tirrenica.

Montalcino custodisce un Centro Storico Medievale semplicemente bellissimo e intatto, dominato dalla maestosa Fortezza trecentesca, da strette viuzze lastricate e da palazzi storici come il Palazzo dei Priori. Da Montalcino si godono viste panoramiche mozzafiato sulle colline Toscane, caratterizzate da un'alternanza perfetta di vigneti, oliveti, boschi e iconici cipressi.

Tra i tantissimi pregi di Montalcino c’è anche quello di essere la patria del mitico “Brunello di Montalcino” uno dei vini rossi più famosi, pregiati e apprezzati al mondo.

Una delle sette Frazioni del Comuna di Montalcino è Castelnuovo dell'Abate.

Castelnuovo dell'Abate è assolutamente ammaliante, si trova adagiata su un colle a 385 metri s.l.m., un piccolissimo Borgo Medievale che conta oggi poco più di 200 abitanti ed è indissolubilmente legato alla vicina antichissima, famosissima e mitica Abbazia di Sant'Antimo, uno dei capolavori dell’architettura medievale.

L'insediamento di Castelnuovo dell'Abate nacque in epoca medievale principalmente come fortilizio militare per difendere la vicina “Abbazia di Sant'Antimo”, importante Monastero Benedettino, eretta a poco più di un chilometro dal centro abitato. L’Abbazia è l'attrazione principale dell'area, uno dei complessi architettonici in stile romanico più belli e maestosi dell'intera Toscana. Secondo la leggenda fu fondata dall'Imperatore Carlo Magno nel 781 come voto per la fine di una pestilenza. La struttura attuale risale al XII Secolo ed è celebre per il suo splendido deambulatorio a cappelle radiali e per il travertino con venature di alabastro, una pietra locale, che dona una luminosità unica al complesso.

Il Borgo di Castelnuovo dell'Abate si sviluppò sotto la signoria degli stessi abati, infatti l'appellativo "dell'Abate" deriva dal fatto che l'Abate di Sant'Antimo decise di erigere un proprio palazzo signorile all'interno delle mura del paese. Nel 1265 il Borgo passò sotto il controllo della Repubblica di Siena che nel 1360 ne rinforzò le mura. Nel 1462, quando Papa Pio II soppresse l'Abbazia di Sant'Antimo, il palazzo dell'abate passò al Vescovo di Montalcino, prendendo il nome di “Palazzetto del Vescovo”. Nel 1777 il Borgo fu ufficialmente annesso al territorio di Montalcino per decreto del penultimo Granduca di Toscana Leopoldo II (Giovanni Giuseppe Francesco Ferdinando Carlo d'Asburgo-Lorena, 1797 - 1870).

Oggi l’economia locale è fortemente vocata al turismo rurale, alla coltivazione di ulivi secolari e alla viticoltura, infatti Castelnuovo dell'Abate è inserito nella zona di produzione del “Brunello di Montalcino”. Dall'alto del Borgo si gode inoltre di una vista panoramica spettacolare che spazia sui vigneti della Val d'Orcia, sul Monte Amiata e verso la Maremma.

Proprio nella verdeggiante campagna di Castelnuovo Dell’Abate, sulla “Strada Provinciale della Badia di Sant’Antimo (P. 55) che unisce Montalcino a Castelnuovo Dell’Abate, a meno di 9 km. dalla prima e a circa due chilometri e mezzo dalla seconda, si trova la Tenuta “Aminta” della Famiglia Cecchi.

La Famiglia Cecchi è sempre stata intensamente impegnata nel mondo del Vino e, attraverso i decenni, ha dato molto a questo mondo grazie alla sua storia, alla sua visione filosofica e ai molti progetti innovativi.

Tutto ha origine nel 1893 quando Luigi Cecchi si appassionò al Vino diventando presto un bravo assaggiatore professionista, da qui in poi iniziò per lui un percorso che potremmo definire un perfetto connubio tra tradizione e innovazione grazie a una prerogativa non comune: vedere come si sarebbe sviluppata la Viticoltura nel futuro.

Nei primi anni di attività l’Azienda originaria basava la sua produzione sulla gestione di vigneti in affitto, un’esperienza che si rivelò essenziale per approfondire e radicare la conoscenza dei diversi “terroir” della Toscana e sviluppare l’expertise familiare in campo enologico.

Con notevole spirito imprenditoriale e la lungimiranza di Luigi e dei suoi Figli la Famiglia Cecchi riuscì a intraprendere un percorso di valorizzazione del “Marchio Cecchi” che, grazie anche alla notorietà di Luigi, travalicò le frontiere nazionali e già negli anni '30 iniziò a esportare. Inoltre l’Azienda Cecchi fu in grado di garantire il lavoro per molte famiglie durante i tragici eventi di ben due Guerre Mondiali.

La Terza Generazione della Famiglia guardò al futuro decidendo di spostare la Sede dell’Azienda a Castellina in Chianti, in Provincia di Siena, dove acquisì nel 1962 “Villa Cerna”. Qui la Famiglia fondò anche la Sede operativa e produttiva con caratteristiche e importanti strutture in grado di supportare l’espansione commerciale dell’Azienda stessa, affiancando così le attività nei vigneti di proprietà sui quali fare qualità e sperimentazione.

Nel 1966 in Toscana si dette vita alle prime “Denominazioni di Origine Controllata” (D.O.C.), un momento storico fondamentale per l’esaltazione del Territorio. Anni importantissimi anche per le relazioni istituzionali che videro la Famiglia Cecchi coinvolta in attività consortili e associazionistiche, coprendo cariche di spicco quali per esempio quella di Luigi Cecchi nel ruolo di Presidente “Unione Italiana Vini”.

Oggi la “Casa Vinicola Luigi Cecchi e Figli” con alla guida la Quarta Generazione della Famiglia, Cesare e principalmente Andrea, è una tra le Aziende Vitivinicole Italiane più dinamiche e moderne, protagonista sul Mercato Nazionale e Internazionale (esporta in oltre 65 Paesi del Mondo) con una produzione media di oltre 9 milioni di bottiglie e con un fatturato complessivo di parecchi milioni di euro suddivisi a valore quasi equamente tra Italia ed Estero.

Le numerose e diverse tipologie di Vini imbottigliati provengono da alcune centinaia di Ettari di proprietà divisi tra le Cinque Tenute (Quattro in Toscana e Una in Umbria) che fanno parte del Gruppo: Azienda Agraria “Villa Cerna”, Azienda Agraria “Val delle Rose”, Azienda Agraria Tenuta “Alzatura”, Azienda Agricola Tenuta “Villa Rosa” e Azienda Agricola Tenuta “Aminta”.

La Famiglia Cecchi ha sempre frequentato Montalcino fin dal 1975, prima come “négociant” (termine Francese attribuito a coloro che acquistano uve, mosti, vini sfusi da altri produttori anche per vinificarli, affinarli e commercializzarli con una propria etichetta), in seguito occupandosi della distribuzione dei Vini di importanti Tenute locali. Successivamente visto il grande potenziale di Montalcino e il profondo legame con un vitigno straordinario come il “Sangiovese”, la Famiglia Cecchi decise di cercare una Tenuta da acquistare e dopo accurate ricerche fu individuata, nel 2018 a Castelnuovo dell'Abate, una proprietà di sei ettari in una delle aree più vocate del territorio di Montalcino, proprio vicino alla celebre “Abbazia di Sant'Antimo”.  

Alla nuova proprietà venne dato il nome “Aminta” un nome che unisce la storia personale della Famiglia al Territorio: deriva infatti dalla fusione tra “Anita” (Anita Sardelli, madre dei Fratelli Cecchi, Andrea e Cesare, figura centrale di ispirazione) e il Monte “Amiata”, che domina il magnifico paesaggio naturale.

Un grosso investimento di circa 8 milioni di euro ha dato vita a un nuovo e prestigioso capitolo enologico: dopo una fase di lavoro silenzioso e accurato tra il 2025 e il 2026 c’è stato il debutto ufficiale sul mercato con le prime bottiglie di “Aminta” focalizzate sul Sangiovese, il “Rosso di Montalcino D.O.C.” e il “Brunello di Montalcino D.O.C.G.”. Le bottiglie sono caratterizzate da etichette decorate con elementi creativi e cromatici che traggono ispirazione proprio dal senso artistico della signora Anita Sardelli.

Un’operazione decisamente importante quella dell’acquisizione della Tenuta “Aminta” realizzata con la forte volontà del gruppo di consolidare la propria presenza nei grandi Territori del Vino.

A più di un anno dal debutto ufficiale della Tenuta “Aminta” della Famiglia Cecchi a Montalcino, il progetto si arricchisce di visite, degustazioni ed esperienze immersive per raccontare al meglio il “Sangiovese”, un vitigno eccezionale, e un terroir d’eccellenza con le sue magnifiche tradizioni gastronomiche.

Infatti alla Tenuta “Aminta” sono stati recentemente inaugurati dei percorsi di accoglienza e degustazione che uniscono il vino alla cucina e al territorio, con proposte che spaziano da “pranzi con vista sull'Amiata” a “cooking class Toscane”. L’ospitalità rappresenta una componente importantissima nel percorso di “Aminta” non è una semplice visita ma un’occasione per comprendere da vicino il lavoro che lega Vigneto, Cantina e Territorio.

Il nuovo “Programma di Ospitalità” racconta “Aminta” da prospettive diverse con percorsi specifici a diverse denominazioni:

- “L’Essenza di Aminta”, è il percorso più direttamente legato all’identità della Tenuta, comprende una visita dedicata alle origini del progetto Aminta, alla geologia dei vigneti, alla filosofia produttiva e al confronto tra le due espressioni aziendali del Sangiovese, “Aminta Rosso di Montalcino D.O.C.” e “Aminta Brunello di Montalcino D.O.C.G.”;

- “Due Paesaggi” approfondisce il dialogo tra Montalcino e la Maremma, unendo Aminta e Val delle Rose, la Tenuta di Famiglia Cecchi vicino Grosseto, lungo la costa Toscana, in un racconto che attraversa due anime della Regione, da un lato la verticalità di Castelnuovo dell’Abate e della Val d’Orcia, dall’altro l’influenza climatica della costa maremmana;

- “Le Tre Tenute - Identità di Famiglia”, un percorso dove lo sguardo si amplia ulteriormente al percorso di Famiglia Cecchi tra Montalcino, Chianti Classico e Maremma. L’esperienza propone una lettura trasversale di tre Territori simbolo, uniti da una stessa visione produttiva e interpretati attraverso vini capaci di restituire struttura, eleganza, carattere mediterraneo e profondità territoriale;

- “La Cucina di Anita”, una cooking class esclusiva dedicata alla Cucina Toscana più autentica. Guidati da uno bravo Chef del territorio, gli ospiti partecipano alla preparazione di piatti identitari del luogo con ingredienti freschi e stagionali, in un’esperienza intima fatta di gesti, racconti e suggestivi saperi tramandati. Il percorso si conclude con un pranzo dedicato in abbinamento ai vini della Tenuta, ospitato in un’accogliente sala privata con vista sul Monte Amiata. Questa proposta amplia il racconto di Aminta oltre il calice, portando l’ospitalità nella dimensione più naturale della convivialità Toscana.

Andrea Cecchi, Presidente e CEO di Famiglia Cecchi con le seguenti parole ha perfettamente descritto lo spirito che anima il nuovo progetto di accoglienza: “L’ospitalità ad Aminta nasce dal desiderio di condividere un luogo che per noi ha un valore profondo, familiare e territoriale. Dopo il debutto dei vini, volevamo offrire agli ospiti la possibilità di entrare in contatto con l’identità della Tenuta, di conoscere più da vicino il lavoro in vigna e in cantina e di vivere Montalcino attraverso il nostro legame con il Sangiovese. Aminta è un progetto giovane, ma nasce da una lunga storia che si identifica con il nostro rapporto con i grandi territori del vino Italiano.”

Oggi i valori della Famiglia Cecchi si distinguono con decisione per il profondo rispetto dell’ambiente (vedi aziende sostenibili e biologiche), per le persone che lavorano nella filiera, per la tradizione, per le varietà autoctone coltivate come elemento di continuità con l’identità territoriale, per la crescita e per l’innovazione.

Con alle spalle 133 anni di storia la Famiglia Cecchi è sicuramente una delle più prestigiose realtà vitivinicole Nazionali e Internazionali.

https://www.cecchi.net/it/

https://www.youtube.com/watch?v=CjcfiaaWss0


"Aminta" a Montalcino: Una Vista dall'Alto (Foto Aminta)
 
Giorgio Dracopulos insieme ad Andrea Cecchi

Il Fascino della Barricaia (Foto Aminta)

Il Percorso "Le Tre Tenute" (Foto Aminta)

Il Percorso "La Cucina di Anita" (Foto Aminta)

 Il Pranzo del Percorso "La Cucina di Anita" (Foto Aminta)

Andrea Cecchi in Cantina (Foto Aminta)

"Aminta": Semplicemente Magnifica (Foto Aminta)